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ARRIVAL: UN CAPOLAVORO MODERNO

Scritto da Damiano Crosina

Abituati come siamo a film mediocri e inutili abbiamo dimenticato quale sia la vera natura del Cinema. Non una mera macchina industriale d’intrattenimento, ma La Settima Arte. Arrival è un cantico alla vera natura del Cinema. Denis Villeneuve ha creato un’opera che si eleva sopra i film usa e getta che cercano goffamente di compensare alle loro mancanze essendo sempre più chiassosi e scomposti. Il suo è un monito, un esempio di ciò che l’Arte di fare Cinema può e deve essere.

In questo film nulla è dove si trova senza un motivo, tutto ha ragione di esistere. La protagonista è la linguista Louise Banks (interpretata da una splendida Amy Adams) che viene messa a capo di un’equipe assieme all’astrofisico Ian Donnelly (l’adattissimo Jeremy Renner) dopo che 12 navi spaziali sono scese sulla terra in 12 diverse località in tutto il mondo. Il loro obiettivo è semplice: comunicare con gli alieni. Fin da questa premessa è denotabile come Villeneuve tratti in maniera diversa un tema (quello dello sbarco alieno sulla terra) bistrattato da gran parte dei Blockbuster fantascientifici di Hollywood. Niente protagonisti in tutine aderenti che imbracciano il fucile per andare ad ammazzare “gli invasori”, ma una semplice linguista, il cui unico interesse è quello di trovare aprire un canale di comunicazione con gli alieni. Nessuno scontro all’ultimo sangue ma il tentativo di instaurare un rapporto.

Ogni 18 ore una porta si apre sul fondo delle navi che lievitano a qualche decina di metri dal suolo terrestre e la protagonista e l’astrofisico possono entrare all’interno accompagnati da alcuni membri dell’esercito. Vengono chiamate sessioni i momenti in cui Louise e Ian si trovano faccia a faccia con queste creature straordinarie (presto ribattezzate Eptapodi) cercando ad ogni costo di imparare il loro linguaggio, interpretare gli anelli di inchiostro che emettono sullo schermo di vetro che separa umani e alieni. Nel frattempo, nel mondo esterno, si sviluppa un caos fatto di proteste e lotte mentre i vari governi nazionali litigano tra loro cercando di capire quale sia il giusto modo per reagire, ma di tutto questo noi spettatori percepiamo solo eco attutite da qualche schermo tv inquadrato di sfuggita.

Villeneueve non ci fai mai lasciare Louise, perché il suo non è un film di scontri internazionali, il suo è un film intimistico nel più delicato dei modi. Un’indagine sull’umano, sulla natura del tempo, sul valore della vita. Ma allo stesso tempo anche una riflessione potentissima sui mezzi di comunicazione: il linguaggio e la sua influenza sul pensiero umano, il cinema e le sue potenzialità. I temi affrontati da questo film sono moltissimi e i livelli di lettura infiniti. Potrei andare avanti pagine e pagine a tentare goffamente di spiegarvi per quale motivo questo è un film straordinario, ma credo sia meglio limitarmi a dire che con Arrival ci troviamo difronte ad un capolavoro moderno, la quinta essenza della Settima Arte, un film che resterà per sempre nella storia del cinema, un’allegoria con sterminati spunti da cui ciascuno di noi può estrapolare una propria personale riflessione.

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