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CANNES 2017: A Ciambra

Scritto da Livia Gallo

Mi piace pensare che la prima proiezione a cui ho assistito al Festival di Cannes sia stata di un film italiano, ha un non so che di segno del destino.
Dal titolo e dal nome del regista (Jonas Carpignano) mi ero convinta che fosse un film spagnolo, o almeno iberico/americano, e invece no: quando ho visto la scritta “Rai Cinema” mi si sono illuminati gli occhi al pensiero che almeno per oggi non mi sarei dovuta sforzare a capire la lingua originale del film aiutandomi con i sottotitoli in francese. Beh, mi sbagliavo di grosso. Capire lo strettissimo dialetto parlato nel film era quasi impossibile, tanto che spesso mi sono affidata ai sottotitoli francesi.
Il film racconta la storia del giovane Pio, figlio più piccolo in una famiglia zingara che vive in un campo Rom a Gioia Tauro, e del suo passaggio all’età adulta. Lo scenario e ricordava molto “Brutti Sporchi e Cattivi” di Ettore Scola, che narra la vita di una famiglia all’estrema periferia nord di Roma negli anni ’70, ma mentre lì c’è anche il sesso a condire il film (e non poco) qui c’è la stramba amicizia tra il piccolo gitano ed un enorme nero del Burkina Faso.

Andiamo con ordine, il film inizia con un giovane uomo, evidentemente appartenente ad un’epoca passata, che si avvicina ad un cavallo per accarezzarlo, subito dopo, lo vediamo che beve ad un fiume, aggiungendo mezzo limone alla sua tazza di acqua. Lo scenario si sposta improvvisamente, arriviamo ai tempi nostri e vediamo il giovane Pio che insegue il fratello grande che è scappato di casa per sfuggire all’arresto. L’ambiente in cui vivono Pio e la sua famiglia è esattamente quello che ci si aspetta quando si parla di zingari: fatiscente, diseducativo, ributtante, agghiacciante. Da quanto emerge, gli zingari del suo quartiere odiano i neri del vicino campo profughi, che tuttavia sembrano gli unici che vogliono prendersi cura di Pio, soprattutto il suo amico Ayiva.

Pio e l’amico rivendono insieme oggetti rubati, stringendo ancora di più il legame che si era formato tra di loro, provenienti da realtà estremamente diverse, quasi incompatibili, ma che per un attimo allo spettatore sembrano potersi unire. Fino a che non ritorna dal carcere il fratello maggiore di Pio, che assieme al padre vuole ristabilire la sua supremazia come uomo che porta i soldi a casa. Quando il fratello gli propone di derubare Ayiva, Pio ha quindi una profonda crisi, che lo porterà al definitivo passaggio all’età adulta.

Pio, come molti ragazzi adolescenti, è taciturno e scontroso, pronto alla lotta per poter affermare il suo carattere, ma allo stesso tempo ha un’anima gentile e rispettosa dei valori, che tuttavia verranno sorpassati pur di entrare a far parte della comunità dei “grandi” del quartiere.
A Ciambra è un film molto crudo, non vi sono scene di sesso o violenza, ma viene lasciato libero sfogo a quello che tutti noi abbiamo pensato almeno una volta dei campi Rom e di cosa siano gli Zingari; Allo stesso tempo vi è una poesia di sottofondo, perché ok che non è un bel mondo, ma neanche è così tanto brutto, e ogni tanto torna alla luce nei sogni di Pio, che immagina il nonno giovane in compagnia del cavallo che era riuscito ad ammaestrare, che prima correva “libero e senza padroni”.
Non so dire se A Ciambra sia più un film che racconta la crescita di un ragazzino che diventa adulto in un posto terribile come la periferia Rom di Gioia Tauro, oppure un film che vuole denunciare lo stato delle cose in quella zona.
O magari è l’unione di entrambe.

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